lunedì 27 agosto 2012

Se è circoscritto lo schiamazzo non è un reato.

 
Urla per le scale, porte che sbattono, sedie che volano: uno scenario ricorrente in molti condomini .
Non sempre però questi rumori, espressione più delle volte di maleducazione, che ledono il diritto alla tranquillità sono tutelabili in sede penale.
Le immissioni rumorose trovano la loro tutela in sede civile nell'articolo 844 del Codice civile, ma il comportamento di chi commette immissioni rumorose può integrare la fattispecie delittuosa di cui all'articolo 659 del Codice penale («Disturbo delle occupazioni e del riposto delle persone») solo in presenza di certe condizioni.

Per integrare questo reato non è necessaria la prova reale del disturbo provocato, ma occorre la certezza che i rumori siano obiettivamente idonei a creare il disturbo trattandosi di reato di pericolo e, soprattutto, è necessario che il fenomeno rumoroso sia idoneo a disturbare un numero indeterminato di persone e non solo un numero limitato.

A questi principi di diritto si è appellata la Corte di Cassazione sezione penale (Cassazione, sezione I Penale, sentenza n. 25225/2012) affrontando il caso di alcuni condomini che erano stati condannati, dal tribunale, alla pena di giustizia (per il reato di cui agli articoli 81, 110 e 659, Codice penale) per avere, in concorso fra di loro, cagionato disturbo a cinque condomini dello stabile sbattendo con violenza le porte dell'appartamento e d'ingresso condominiale, urlando immotivatamente sulle scale del condominio, nonché sbattendo tavoli e sedie sul pavimento dell'appartamento da essi occupato.
Il Tribunale ha fondato la penale responsabilità degli imputati sulle deposizioni rese dalle parti offese e dall'amministratore condominiale pro-tempore, oltre che sulla denuncia-querela presentata da uno dei condomini.

Inoltrato il ricorso, i condannati eccepivano che non era stato accertato che i rumori molesti provenissero dal loro appartamento, né era stata accertata la natura di tali rumori né che sussisteva, nella specie, il reato a essi contestato in quanto il disturbo da essi arrecato era rimasto circoscritto all'interno delle mura condominiali, sì da non essere idoneo ad arrecare danno a una generalità indistinta di persone, elemento che costituisce la ratio dell'articolo 659, Codice penale, ovvero la tutela della quiete pubblica, intesa come collettività indistinta.

La Corte, nell'accogliere il ricorso ha precisato che: «La contravvenzione prevista dall'articolo 659, primo comma, Codice penale ... persegue la finalità di preservare la quiete e la tranquillità pubblica e i correlati diritti delle persone all'occupazione e al riposo; e la giurisprudenza di legittimità è orientata nel senso di ritenere che elemento essenziale di detta contravvenzione sia l'idoneità del fatto ad arrecare disturbo a un numero indeterminato di persone» (Cassazione n. 25225 citato). Nel caso in esame è emerso che gli unici soggetti danneggiati dai rumori molesti erano i cinque condomini occupanti la palazzina e che i rumori sono rimasti circoscritti all'interno dello stabile.
I fatti denunciati, pertanto, sono stati definiti «privi di rilevanza penale» e tali da poter trovare tutela solo in sede civile, con conseguente annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata.
Fonte: Luana Tagliolini su Il Sole 24Ore

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