lunedì 2 gennaio 2012

Condominio, niente insulti a chi chiede silenzio.


Nonostante il «degrado del linguaggio e della inciviltà che oramai non di rado contraddistingue il rapporto tra i cittadini», ad avviso della Cassazione, merita una condanna per ingiuria il condomino che insulta il vicino che suona alla sua porta per chiedergli il rispetto della quiete e del silenzio, dato che dal suo appartamento provengono molti rumori.

Con la sentenza 48072, la Suprema Corte ha confermato la condanna per ingiuria, con tanto di risarcimento dei danni, a carico di una signora di Grosseto che aveva mandato a quel paese la vicina del piano di sotto che, alle 10 di sera, aveva suonato più volte alla sua porta per chiederle di smettere di fare rumori. A causa del frastuono la vicina non riusciva nemmeno ad addormentare il suo bambino di otto mesi, e per questo si era decisa a farlo presente a Lidia S. ma dopo aver suonato più volte il suo campanello, la vicina era stata accolta da Lidia S. con ripetuti epiteti di «vaff..., accompagnato dalla espressioni non mi rompere i co... e non mi rompere il ca...».

Questo frasario, secondo i supremi giudici, «non è soltanto indice di cattiva educazione e di uno "sfogo" dovuto ad una pretesa invadenza dell’offeso, ma anche del disprezzo che si nutre nei confronti dell’interlocutore». In proposito la Cassazione rileva che «bussare alla porta di un vicino, anche se più volte, non è un fatto che possa ritenersi ingiusto tanto da legittimare una reazione così scomposta». «La richiesta del silenzio perchè a causa del rumore il figlio neonato non riusciva a prendere sonno, può non essere opportuna se fatta alle 10 di sera, anche se bisognerebbe conoscere l’ entità del rumore, ma non costituisce, per nulla, fatto ingiusto al quale reagire in stato d’ira con frasi ingiuriose».

La Cassazione ricorda ai maleducati che «corrisponde alle regole del vivere civile che un vicino per ragioni particolari, malattia di un congiunto, pianto di un neonato e altro, possa bussare alla porta e chiedere di fare meno rumore. Con questa decisione la Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna emessa nel 2009 dal tribunale di Grosseto.

Fonte: La Stampa

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